Fra un anno o due dovrò fare a mio figlio questo esatto discorso, quindi lo copio qui e glielo farò leggere. E' stato scritto da Massimo Fini e l'ho copiato dal blog di Annamaria. Dice così:
Caro Matteo,
hai compiuto undici anni, nonostante a me piaccia vederti ancora come tale, non sei più un bambino, ma un ragazzino che sta entrando nell'età della ragione. Come ogni padre mi pongo anch'io il problema di darti dei riferimenti morali più precisi e più argomentati di quanto abbia fatto finora. Per la verità è già da tempo che avrei dovuto affrontare la questione. Ma esito. Il mio istinto sarebbe quello di trasmetterti i valori che mio padre diede a me e che io ho introiettato anche se, naturalmente, non sempre ne sono stato all'altezza: onestà, lealtà, rigore, dignità. Sono i valori della cultura e dell'etica laica e liberale ottocentesca che generazioni di genitori hanno tramandato ai figli e che ora io dovrei consegnare a te. Ma esito. Il mio timore, inculcandoteli, è di fare di te un handicappato sociale. Quei valori infatti, che sono stati moneta valida e riconosciuta fino agli anni '50, sono ora diventati carta straccia.
Non farti fuorviare dal fatto che li sentirai continuamente sulla bocca dei nostri uomini politici, dei nostri dirigenti, dei nostri imprenditori, dei nostri banchieri e di chiunque abbia una posizione di potere. Sono sulla loro bocca, ma non nel loro cuore e tantomeno nei loro comportamenti. In Italia infatti esiste una doppia morale: una buona per i gonzi che ci vogliono credere, l'altra per i furbi. Intendiamoci, Matteo, questa doppia morale, una per la classe dirigente l'altra per il popolo, è sempre esistita, anche se, forse, in forme non così sfacciate. La novità è che oggi, a furia di prendere lezioni, la doppia partita della morale è diventata patrimonio anche della maggioranza della gente comune. Qualche anno fa una valletta televisiva, Lory Del Santo dichiarò: «La morale non esiste. L'unico principio è che il fine giustifica i mezzi e tutte le strade sono buone se portano là dove vuoi arrivare». Nella sua onesta impudicizia la Del Santo svelava le regole del gioco che oggi quasi tutti praticano: le monete che hanno veramente valore per farsi avanti nella vita sono la disonestà, la slealtà, l'opportunismo, la vendita di se stessi. Non si tratta, naturalmente, di andare a rapinare i negozi o di prostituirsi pubblicamente. Questo lo fanno solo i poveracci. Nemmeno le puttane esercitano più sulla strada. Si tratta di vendersi sottobanco, di mettersi sotto la protezione di boss, di clan, di mafie, di lobby, di partiti, di grassare denaro pubblico con astuzia, di lucrare l'ingiusto, ma stando al coperto, di affibbiare agli altri il lavoro che dovresti fare tu e di attribuirsene i meriti e così via. Nella società del look, l'importante è sembrare onesti senza esserlo. Ignazio Silone, in Vino e pane, ha scritto: «Non c'è niente da fare, oggi per vivere un po' bene bisogna vendere l'anima». Si riferiva al fascismo, ma le sua parole si attagliano ancor meglio per l'Italia degli ultimi trent'anni.
E allora che cosa ti dovrei insegnare, Matteo? La dignità, la coerenza, l'onestà, il rigore morale che ti saranno d'ostacolo nella già difficile corsa per la vita? O non è forse meglio che ti educhi al cinismo e ti attrezzi per la realtà qual essa è, oggi?
Per sondarti un po', per capire le tue inclinazioni, quest'estate ti ho raccontato l'apologo del partigiano Pedro. Ti ho raccontato come Pedro, arruolatosi giovanissimo nelle file partigiane subito dopo la caduta del fascismo, abbia catturato sulle montagne del lago di Como, con un'azione audacissima (in sette fermarono una colonna di trecento tedeschi armati di tutto punto), Mussolini, la Petacci, i gerarchi fascisti in fuga e li abbia poi trattati con l'umanità che sempre si deve ai vinti. Ti ho raccontato come, da Milano, arrivò un manipolo di partigiani, con le divise nuove di zecca, comandato dal "colonnello Valerio" il quale massacrò, strappandoli ai laceri uomini di Pedro, Mussolini, la Petacci, i gerarchi, quelli responsabili e quelli meno responsabili, eppoi li fece appendere per i piedi a piazzale Loreto. Ti ho raccontato come Pedro, ingegnere, una volta tornato alla vita civile non volle mai strumentalizzare ai fini di carriera la sua partecipazione alla lotta partigiana e fece i capelli grigi in un modesto impiego all'Eni e come Valerio, nel dopoguerra, fosse premiato, per un'azione che nulla aveva avuto di glorioso, ma somigliava piuttosto a quella del boia, con onori e cariche e morì parlamentare della Repubblica.
Tu, a capo chino, mi ascoltavi, mi pare con attenzione (a meno che non contassi i formiconi che evoluivano sotto il tavolo, in giardino). Alla fine ti ho chiesto: «Allora, preferiresti essere Pedro o Valerio?». Hai risposto: «Pedro». E mi ha fatto piacere. Ma tu non puoi sapere, Matteo, che Pedro per comportarsi come si comportò nella vita civile dovette avere molto più coraggio di quando rischiò la pelle combattendo. Perché il vero eroismo non è quello di un giorno, ma quello, quotidiano, difficilissimo, della rinuncia alle lusinghe e alle facili scorciatoie. È quello di combattere ad armi impari con chi usa tutti i mezzi per arrivare. È quello di accettare, pur di non vendersi, un posto nella vita sociale più modesto di quello che pensiamo ci spetterebbe. Ci vuole una grande forza interiore per essere Pedro. E a maggior ragione ce ne vuole oggi quando chi si comporta con onestà e dignità non ha nemmeno, a differenza di un tempo, il rispetto del contesto sociale, ma gli tocca anzi subire la commiserazione, se non l'aperto disprezzo dei bari della vita.
Per questo, caro Matteo, esito. Non sono del tutto sicuro di avere il diritto di marchiare, per pregiudizi morali che sono miei, un futuro che è tuo.
Massimo Fini - L'handicap dell'onestà, da "Il conformista" del 22 settembre 1989